Per molti professionisti della geomatica una fotografia rappresenta ancora il risultato finale di un rilievo.
Per un topografo è il supporto alla restituzione metrica; per un operatore UAV documenta lo stato di un'infrastruttura; per un tecnico GIS costituisce un elemento informativo associato a un dato geografico.
Eppure qualcosa sta cambiando, nella stessa direzione dell’operatore fotogrammetrico per il quale il fotogramma rappresenta una documentazione della realtà con un timestamp completo di posizionamento nello spazio del sensore.
Sempre più spesso quell'immagine non viene utilizzata soltanto per descrivere una situazione, ma per dimostrarla. Diventa cioè una prova documentale sulla quale si basano decisioni amministrative, tecniche, assicurative e persino giudiziarie.
È questo il tema affrontato da un interessante approfondimento pubblicato negli Stati Uniti, che invita l'intera comunità geospaziale a riflettere su un cambio di paradigma destinato ad avere importanti conseguenze anche in Europa.
Dalla documentazione alla prova
Negli ultimi anni l'impiego di droni, camere multispettrali, sensori LiDAR e sistemi mobili di rilievo ha trasformato radicalmente la produzione dell'informazione territoriale.
Le immagini vengono ormai utilizzate per:
- ispezioni di ponti e infrastrutture;
- rilievi post-evento dopo terremoti e alluvioni;
- monitoraggio di dissesti;
- documentazione di cantieri;
- perizie assicurative;
- contenziosi;
- monitoraggio ambientale;
- protezione civile.
- rilievi di incidenti stradali
In tutti questi casi la fotografia non accompagna più semplicemente una relazione tecnica.
Diventa parte integrante della relazione stessa.
Negli Stati Uniti è già una realtà
La Federal Highway Administration ha inserito ufficialmente le immagini acquisite mediante UAS all'interno delle procedure di ispezione dei ponti.
Allo stesso modo FEMA richiede fotografie georeferenziate, immagini da drone e dati GIS per la valutazione dei danni dopo eventi calamitosi e per la concessione dei finanziamenti federali.
Non si tratta quindi di allegati illustrativi, ma di documenti che contribuiscono direttamente alle decisioni amministrative ed economiche.
La questione dell'autenticità
Ma se un'immagine diventa una prova, non basta più chiedersi se la fotografia sia nitida o ben georeferenziata.
Occorre poter dimostrare:
- quando è stata acquisita;
- dove è stata acquisita;
- con quale sensore;
- se è stata modificata;
- chi l'ha prodotta;
- quale sia stata la sua catena di gestione.
Entrano così in gioco concetti tradizionalmente propri dell'informatica forense, come la chain of custody, gli hash crittografici, la conservazione dei metadati EXIF e la tracciabilità dell'intero ciclo di vita del file, oltre alle pratiche usuali della fotogrammetria.
L'Intelligenza Artificiale cambia tutto
Il tema diventa ancora più delicato con la diffusione dell'Intelligenza Artificiale generativa.
Oggi è possibile creare immagini praticamente indistinguibili da fotografie reali.
Per questo motivo il semplice controllo visivo non è più sufficiente per determinarne l'autenticità.
La risposta dell'industria non punta più soltanto a riconoscere i falsi, ma a certificare l'origine delle immagini al momento stesso della loro acquisizione.
Arrivano i Content Credentials
Tra le iniziative più promettenti emerge lo standard C2PA (Coalition for Content Provenance and Authenticity), sviluppato da un consorzio internazionale che comprende Adobe, Microsoft, Intel, BBC e numerosi altri soggetti.
L'obiettivo è incorporare direttamente nel file una firma crittografica che documenti:
- autore;
- dispositivo di acquisizione;
- data e ora;
- eventuale utilizzo di strumenti di AI;
- modifiche effettuate nel tempo.
Alcune fotocamere professionali e smartphone stanno già integrando queste funzionalità direttamente nel firmware.
Per chi opera nella geomatica questa evoluzione apre una riflessione molto più ampia.
Da sempre il nostro settore basa la propria autorevolezza sulla qualità della misura, sulla precisione delle coordinate, sulla corretta gestione dei sistemi di riferimento e sulla tracciabilità delle procedure.
L'immagine georeferenziata entra oggi a pieno titolo nello stesso paradigma.
Non sarà più sufficiente consegnare ortofoto, nuvole di punti o fotografie geolocalizzate: sarà sempre più importante dimostrarne la provenienza, l'integrità e la non alterazione.
È un tema che riguarda direttamente anche i professionisti italiani.
Pensiamo ai rilievi per il monitoraggio delle infrastrutture, alle ispezioni dei beni culturali, ai controlli ambientali, ai procedimenti assicurativi, alle attività catastali o ai futuri Digital Twin delle città.
Ogni fotografia prodotta da un drone, da un sistema mobile mapping o da uno smartphone potrebbe diventare parte integrante di un procedimento amministrativo o giudiziario.
Ma in tutto ciò bisogna considerare il processo che va dall’acquisizione alla fruibilità dell’immagine che può subire alterazioni, come ad esempio nel caso della aerofotogrammetria digitale dove ogni fotogramma per essere facilmente reso fruibile in rete viene sottoposto a processi di ottimizzazione.
Probabilmente la prossima grande evoluzione della geomatica non riguarderà soltanto sensori sempre più accurati o algoritmi di AI più sofisticati.
Riguarderà la fiducia nel dato.
Perché nell'era dell'intelligenza artificiale la vera domanda non sarà più "questa immagine è bella?" oppure "questa immagine è precisa?", ma una molto più impegnativa:
"Possiamo dimostrare che questa immagine rappresenta davvero ciò che afferma di rappresentare?"

