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L'inganno della zampa

L'inganno della zampa

Ogni tecnologia porta con sé una metafora fondativa, e le metafore, si sa, non sono mai innocenti: orientano lo sguardo prima ancora che il pensiero abbia il tempo di formularsi. Chiamare "cane" una piattaforma quadrupede robotica non è un vezzo lessicale ma un atto performativo nel senso più tecnico del termine: la parola non descrive l'oggetto, lo costituisce agli occhi di chi lo osserva.

Nessuna somiglianza biologica, nessuna continuità cognitiva lega questi Unmanned Ground Vehicles al canis lupus familiaris; ciò che li lega è un calcolo di cattura affettiva, l'appropriazione cinica di un legame ancestrale ovvero quello tra l'uomo e il lupo addomesticato per rivestire di calore domestico un vettore dinamico per LiDAR, termocamere e bracci cinematici. È la stessa operazione retorica che ha trasformato l'algoritmo in "intelligenza": si sposta il lessico dal registro tecnico a quello antropomorfo non per chiarire, ma per addomesticare la percezione di chi guarda.

Il vizio è, a ben vedere, metodologico prima che linguistico. L'intero comparto ha proceduto a ritroso: prima la fascinazione per la locomozione articolata, poi, a cose fatte, la ricerca affannosa di un problema che la giustificasse. È l'inversione dell'ordine corretto del design industriale, che dovrebbe partire dal vincolo, dal problema reale da risolvere per risalire allo strumento da adottarsi, non il contrario. E il vincolo termodinamico è impietoso: il moto ciclico delle zampe comporta un costo di trasporto, l'energia spesa per unità di peso e distanza, strutturalmente superiore a quello del rotolamento. Non è un dettaglio ingegneristico marginale: significa che gran parte dell'energia iniettata nel sistema non serve ad avanzare, ma semplicemente a non cadere.

Su terreno regolare la ruota vince sempre, perché minimizza i gradi di libertà da controllare, riduce l'usura meccanica e libera payload utile che altrimenti si spenderebbe nel mantenimento dell'equilibrio dinamico. Che poi il settore abbia prodotto, con LimX W1, un ibrido zampa-ruota è la prova più eloquente di questa verità scomoda: quando puoi rotolare, rotoli; la zampa interviene solo dove la geometria dell'ostacolo lo impone davvero. Viene anche da chiedersi, se il problema è superare ostacoli e muoversi su terreno sconnesso, perché non sia stata presa in considerazione la soluzione di un cingolato o quanto meno di un semicingolato. Il baricentro basso è sempre preferibile al baricentro alto sulle zampe che espone a cadute da cui non risulta esistano procedure di rialzamento.

L'equivoco dell'autonomia ovvero la differenza tra camminare e essere condotti

Ingold ha insegnato a distinguere il trasporto dall'andare errante ovvero il wayfaring, l'abitare un percorso attraverso l'attenzione continua a ciò che accade dalla mera locomozione da un punto A a un punto B secondo un vettore predeterminato. I video promozionali del settore vendono la seconda cosa travestendola da prima: capriole, corse, salti in condizioni di laboratorio perfettamente calibrate, che alimentano la sensazione di un'autonomia cognitiva che semplicemente non esiste. Quel che viene effettivamente commercializzato, nella quasi totalità dei casi, è teleoperazione assistita da routine locali consistenti nella capacità di evitare ostacoli, ritorno automatico alla base, inseguimento di un percorso predefinito e non un'agente capace di abitare l'imprevisto. L'ispezione reale, quella che paga le bollette, non è acrobatica: è lenta, ripetitiva, vincolata, esattamente l'opposto dell'estetica da fiera tecnologica che alimenta l'immaginario collettivo.

A questa mistificazione cinematica si affianca un'opacità più prosaica ma altrettanto sistematica: quella del costo. Il prezzo di listino dell'hardware è la parte visibile e trascurabile di un iceberg che comprende batterie con curve di degradazione rapida, docking station termoregolate, licenze software a canone ricorrente, integrazione e calibrazione dei payload, manutenzione predittiva, ricambi spesso vincolati a barriere geopolitiche, polizze assicurative, protocolli di sicurezza per la collisione in presenza di operatori umani. È un costo del ciclo di vita, non un prezzo di targa  e chiunque compari Unitree e Boston Dynamics limitandosi ai listini sta semplicemente confrontando due frazioni di un problema, ignorando che sul lungo periodo l'affidabilità e l'assistenza qualificata livellano gran parte del presunto vantaggio dei modelli cinesi entry-level.

Le soluzioni proprietarie e l’open source

Come al solito l’ industria si muove verso soluzioni proprietarie nell’ illusione di sfruttare vantaggi competitivi e lockin. Ma si tratta di strategie di retroguardia, nella spietata competizione ormai (e lo vediamo perfino nei modelli della AI) l’idea di essere produttori di qualcosa di unico è una chimera. Il mondo della robotica (di questo stiamo parlando) ha una robusta tradizione di open source ed esistono schede madri come quelle del raspberry  che garantiscono una estrema flessibilità sia nella gestione dei device on board sia nella gestione della mobilità (cingolata, su ruote o anche su zampe). Sembra di assistere ad un vecchio film in cui, come nei primi PC, HW e SW erano interdipendenti. Sarebbe molto più maturo, prima di essere obbligati dal mercato, specializzarsi nella produzione hw come ormai avviene sempre più di frequente nell’ ambito dei droni e dei sensori SLAM.

Il dispositivo e la sua ombra, questioni di etica

C'è poi una questione che il settore preferisce non nominare, perché nominarla significherebbe rinunciare ai mercati più redditizi. Ogni piattaforma quadrupede dotata di sensoristica avanzata è, per costituzione e non per accidente, un dispositivo duale, a doppio uso: la transizione da strumento di ispezione a vettore di sorveglianza non richiede alcuna modifica tecnica, solo un cambio di contesto d'impiego. Portare un UGV in una piazza, in un museo affollato, in un centro storico, non è un atto neutro: altera la grammatica dello spazio pubblico, lo trasforma per usare un lessico che a un archeologo del paesaggio non sarà estraneo  in un dispositivo di controllo mascherato da innovazione. I costruttori eludono sistematicamente questo dibattito, perché affrontarlo sul serio significherebbe precludersi la difesa, la sicurezza privata, il pattugliamento tattico: le fette di mercato più redditizie, appunto, e non a caso le più silenziose.

 

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Cane, non ruota: la morfologia come dispositivo biopolitico

Le inefficienze fin qui elencate, termodinamiche, economiche, funzionali, trovano il loro senso ultimo in una categoria che il lessico ingegneristico ignora: la biopolitica, nelle declinazioni da Foucault a Esposito. Il potere che non vieta più dall'esterno ma regola tacitamente ciò che è normale fare. Il cane robot ne è la traduzione tecnica esatta: non sorveglia un sospetto dopo un fatto, pattuglia senza sosta uno spazio raccogliendo dati su chiunque. Il suo target non è l'individuo ma la popolazione come flusso. Interviene sui corpi, blocca, segue, delimita. La sua visione, poi, non distingue amico da nemico: rileva anomalie, scarti dalla norma. Lo stato di eccezione di Agamben fatto algoritmo, Non serve più sospendere la legge ma basta un sensore che non smette di guardare. La solita obiezione, "non è un'arma, è solo sicurezza", è dunque essa stessa un sintomo. La violenza non sta nel gesto coercitivo ma nella presenza discreta che ridefinisce, senza clamore, cosa sia lecito in uno spazio pubblico.

E qui la zampa, contro ogni ragione termodinamica, rivela la sua cifra. La ruota avrebbe prodotto una macchina, guardata con legittimo sospetto. La zampa che flette aggancia invece un apparato percettivo evoluto per riconoscere il vivente: prima ancora di poter essere giudicato come sorveglianza, il dispositivo è già stato percepito come animale ovvero il lavoro, direbbe Agamben, della macchina antropologica. Si aggiunga la genealogia della domesticazione. Dare al controllo la forma del primo vivente piegato dall'uomo a funzione e compagnia abbassa ogni soglia d'allarme e la macchina indossa la maschera dell'addomesticato per addomesticare chi la osserva. L'affetto evocato fa il resto: si accarezza, si fotografa ciò che cammina, ed è più difficile opporsi a ciò che commuove che a ciò che insospettisce. Le ruote avrebbero dato macchine sorvegliate con diffidenza; le zampe invece animali domestici della sorveglianza. In questo scarto tra ciò che il dispositivo fa e ciò che sembra essere sta la sua efficacia biopolitica più sottile che lo fa evocare col solo nome rassicurante di "cane".

I protagonisti

Boston Dynamics Spot resta il benchmark del settore  ma lo è per la maturità dell'ecosistema software, non per la superiorità della meccanica. Una certificazione IP54, francamente insufficiente per impieghi industriali gravosi, un'autonomia di novanta minuti che ne limita drasticamente il raggio operativo, una capacità di superamento ostacoli inferiore a concorrenti meno blasonati: sono tutti indizi che il prezzo pagato non compra hardware superiore, ma un de-risking psicologico, la garanzia istituzionale che accompagna ogni acquisto enterprise. E l'ipocrisia aziendale è documentata, non congetturale: chi dichiara pubblicamente di rifiutare la weaponization del proprio prodotto lo ha fornito, senza troppi scrupoli, a dipartimenti di polizia per la sorveglianza urbana salvo ritirarsi quando la protesta pubblica si è fatta insostenibile.

ANYbotics ANYmal è, con ogni probabilità, l'unico sistema concepito senza alcuna concessione alla viralità. Nasce per l'ispezione petrolchimica, con un flusso di lavoro integrato dal mission scheduling al reporting automatico, payload antideflagranti, un'architettura chiusa e rigorosa. È l'equivalente robotico di un tecnico specializzato: prezioso se inserito in un processo industriale strutturato, del tutto privo di senso se acquistato per una ricerca aperta o sperimentale. Non vende sogni. Vende ispezioni, ed è forse per questo che nessuno ne parla.

Ghost Robotics Vision 60 è ingegneria solida al servizio di uno scenario esplicito: oltre tre ore di autonomia cinematica, tenuta IP67 reale, manutenzione modulare sul campo. Ma la sua stessa robustezza, calata in un contesto civile, comunica una semantica che nessuna scheda tecnica può neutralizzare: quella dell'occupazione tattica, del pattugliamento, del controllo perimetrale. Portarlo in un centro storico o in un'area archeologica non è innovazione: è un errore di traduzione simbolica.

Unitree, con Go2 e B2, ha praticato un vero e proprio dumping strutturale del mercato, democratizzando l'accesso alla robotica embodied per università e laboratori con prezzi d'attacco che nessun concorrente occidentale può reggere. Ma la vulnerabilità informatica dei suoi firmware è documentata da ricerche accademiche indipendenti, non da sospetti generici  e l'estrema accessibilità economica ha già prodotto il suo effetto collaterale più imbarazzante: macchine commerciali spacciate, in contesti accademici e istituzionali, per prototipi di ricerca originali. Un rapporto costo-prestazioni imbattibile, un azzardo inaccettabile ovunque la sicurezza dei dati o la continuità operativa siano in gioco.

Deep Robotics X30 aggredisce sulla carta il segmento industriale premium con specifiche che, sulla scheda tecnica, superano Spot in quasi ogni voce. Ma i numeri di laboratorio, si sa, sono sempre più generosi della realtà operativa: senza una rete di assistenza capillare e una logistica dei ricambi certa, la scheda tecnica è carta straccia. L'affidabilità industriale si misura sul campo, non nel PDF commerciale.

Xiaomi CyberDog 2 appartiene, con onestà quasi disarmante, alla logica dell'elettronica di consumo: un'autonomia che non copre nemmeno un'ispezione minima, nessuna certificazione contro gli agenti atmosferici, componentistica proprietaria introvabile fuori dal mercato cinese. È un gadget didattico, piacevole per l'aula o per l'evento divulgativo. Scambiarlo per uno strumento operativo da cantiere è un errore di categoria, non di sfumatura.

Il caso dei beni culturali: la cecità semantica della macchina

È qui che la critica tecnica incontra qualcosa di più profondo, quasi filosofico. Il sistema di visione del robot processa volumi, distanze, discontinuità geometriche  mai significato. Per la sua rete neurale, un blocco di crollo di età ellenistica e un frammento di cemento contemporaneo sono la stessa identica matrice di punti tridimensionali: la macchina evita l'oggetto se e solo se costituisce un ostacolo cinematico al passo, non perché ne riconosca il valore stratigrafico. È una cecità costituzionale, non un difetto correggibile con il prossimo aggiornamento firmware: il robot abita lo spazio come volume da attraversare, mai come palinsesto da leggere. E dove le zampe concentrano pressioni puntuali, a differenza del carico distribuito di un cingolo o del rotolamento continuo di una ruota pneumatica. il rischio meccanico per pavimentazioni musive, intonaci affioranti, stratigrafie incoerenti, non è ipotetico ma strutturale.

Prima di destinare risorse, pubbliche o private, all'acquisto di un quadrupede per il patrimonio culturale, converrebbe interrogarsi con la stessa asprezza che si riserverebbe a qualunque altra spesa infruttuosa: quale esigenza operativa non sia già meglio servita da un laser scanner statico per il rilievo di precisione, da un drone aereo per la copertura di grandi aree senza alcun impatto al suolo, da uno SLAM portatile per la flessibilità interpretativa che solo un operatore umano può offrire, da un rover a ruote per l'ispezione di ambienti moderatamente regolari. Se la risposta non individua con precisione chirurgica un contesto realmente pericoloso e inaccessibile alle alternative come un ipogeo instabile, un cunicolo post-sismico  allora l'acquisto non è innovazione. È feticismo tecnologico, la sostituzione dell'oggetto affascinante al problema reale.   

Conclusioni

Queste macchine sono, in fondo, ottimi muli sensorizzati: creature utili solo quando esiste davvero un carico critico da portare lungo un percorso che nessun'altra tecnologia, né alcun essere umano, potrebbe percorrere. Fuori da questa stretta necessità geometrica, il loro acquisto non è progresso: è la messa in scena di un'innovazione che ha bisogno, per sostenersi, di un nome che non le appartiene e di un'ombra, quella del controllo biopolitico, che nessuno ha ancora avuto il coraggio di nominare per intero accontentandosi di richiamarlo nell’inconscio con l’utilizzo del nome cane.

Fonte:

L'articolo è stato sviluppato dal Direttore Responsabile della Rivista Archeomatica Michele Fasolo e dal CTO della MediaGEO Soc. Coop. Luca Sasso D'Elia, in collaborazione con la Redazione GEOmedia.

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